lunedì 4 agosto 2008

La Coretti (di nuovo)

"Ma no, no, nel campo delle arti figurative! Almeno quello... Senta, professoressa, lei è l'unica insegnante di mio figlio che sappia come trattarlo, e che goda del suo rispetto."
"Davvero?" ha chiesto lei, sempre più stupita.
"Io non capisco più quel ragazzo da anni, dalla sua prima comunione almeno... Da quando sono rimasto vedovo, non ho più saputo come comportarmi con lui... Speravo che fargli avere tutto e subito fosse sufficiente... Credevo che anticiparlo nei suoi desideri mi permettesse di guadagnare la sua considerazione... La prego, faccia qualcosa... Ora lui è scappato di casa..."
"E come faccio a rintracciarlo?"
"Be', si è rifugiato nella nostra villetta al mare. Gli telefoni, provi a parlargli, a convincerlo a restare... Lei sa trovare le parole giuste...La supplico!"
"Be', ci posso provare" ha detto lei.
E il preside, con le lacrime agli occhi: "Grazie, cara, grazie. La farò sostituire io, a scuola, non si preoccupi. Si prenda pure due giorni, anzi tre, o anche quattro. Vada da lui, faccia tutto quello che è possibile..."
Così, la Coretti gli ha telefonato. Martozzi figlio, che si era davvero nascosto nella villetta al mare dei suoi, sul momento non voleva vederla, fingeva al telefono di essere un altro, poi ha accettato di ospitarla. La Coretti, che si sentiva addosso una strana eccitazione che non aveva alcuna intenzione di analizzare, ha riempito una valigia con i vestiti più carini che aveva ed è partita.
Lui, il Martozzi figlio, l'ha accolta in mutande e l'ha fatta ubriacare di whisky, lei che è assolutamente astemia. Così la Coretti ha perso ogni controllo.
"No, basta, ne ho già bevuti troppi, caro, no!" ripeteva all'altro.
"Troppo tardi, prof."
"Non chiamarmi prof, dai, che mi vergogno..." ha ridacchiato lei, imbarazzata.
"E tu, allora" ha detto calmo Martozzi, "non trattarmi più come un bambino. Ti manda mio padre, vero?"
"No, no, figurati. Semplicemente, io ho notato la tua assenza in classe, e... così ho chiesto in giro..."
"E il numero di telefono chi te l'ha dato?"
Lei non sapeva più cosa rispondere, così, per tenere occupata la bocca, ha buttato giù l'ennesimo whisky.
"Non mi convincerai mai. Ma sono lo stesso contento di vederti" ha detto lui, con un bel sorriso che sembrava sincero.
"Anch'io sono contenta. Certo, anch'io" ha risposto la Coretti, ormai alterata dall'alcool. "Senti, Martozzi, tu mi piaci, nel senso che sei un ragazzo simpatico, intelligente, con tanti interessi, non stai mai fermo, non ti accontenti mai... E, anche se fai il grand'uomo, sei tenero e goffo come un orsacchiotto. Voglio dire..."
"Davvero?" l'ha interrotta lui, sorpreso.
"Sì. Cioè no, voglio solo dire che..."
"Davvero sono goffo?"
"Come un orsacchiotto, sì..." ha ripetuto lei, sempre imbarazzata.
"Goffo in che senso, scusa?"
"Goffo così... Oddìo, mi sento male..."

venerdì 1 agosto 2008

Frammento - 4

SCENA 4

(buio)
LA FIGLIA (voce fuori campo) – Papà? Papà, mi senti?

LA FIGLIA – Questa dannata tavoletta. Avevo giurato che non ne avrei più usata nessuna.
(gradatamente si fa luce, su un’altra tavoletta oui-ja)
C – A – R
LA FIGLIA – Sono Carol, sì. Ora ci sentiamo. Per un attimo – per un attimo ho perso il collegamento.
C – R – L
LA FIGLIA – Carol, sì, e chi vuoi che sia? Ero l’unica a sopportarti. Non essere querulo.
Q – U
LA FIGLIA – Querulo, sì. Sai benissimo che significa. Puoi posare la tua tavoletta? Sono molto stanca.
C – A
LA FIGLIA – Che palle, papà! Smetti di ripetere il mio nome? Mi stai facendo diventare lo zimbello della compagnia.
(la tavoletta resta immobile)
LA FIGLIA – Queste fottute tavolette. Non funzionavano mai. E lui mi ci ha riempito la camera.

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mercoledì 30 luglio 2008

Frammento - 3

SCENA 3

(tavoletta oui-ja in movimento)
A
A – C
A – C – M – R – S
IL PADRE (voce fuori campo) – Non sforzarti, Carol si vede che sei affaticata. Dimmi solo se mi capisci.
(l’indicatore sulla tavoletta va verso il sì)
IL PADRE – Dimmi se soffri.
(l’indicatore della tavoletta va verso il no)
IL PADRE – Dimmi se mi vuoi bene.
(la tavoletta non si muove)
IL PADRE – Dimmelo, cara.
(idem)
IL PADRE – Sei ancora qui, Carol? Sei ancora qui attorno?
(la tavoletta non si muove. Poi, lentamente, l’indicatore va verso il sì)
IL PADRE – Sei sempre tu, Carol?
(tavoletta oui-ja in movimento)
B – S – A – O – R – W
IL PADRE – Lo prendo per un sì.

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martedì 29 luglio 2008

Il suono delle barbe che crescono

Baffi e basette erano tutto quello che riusciva a farsi crescere. Le guance erano lisce come quando sua sorella gli infilava un cucchiaio in bocca e girava.
Famiglia, amici e donne lo vedevano come un bambino sproporzionato, lo sapeva. Sapeva come fossero tutti bravi a nascondere le tracce lasciate dai pensieri sulle facce. C’erano tracce più piccole di cui non si accorgevano ma lui sì, minuscole pieghe intorno agli occhi.
Se le donne lo guardassero o no, non era mai sicuro.
Alcune volte pensava no non mi ha guardato, rendendosi conto cinque minuti troppo tardi che lo aveva guardato invece.
Altre volte pensava sì mi guarda, fai qualcosa Armando, qualcosa adesso, ed allora la donna guardava in un’altra direzione o aveva la mano sulla maniglia per lasciare la stanza.
Le donne, guardate, tenevano le mani a riposare nei loro grembi. Grembi era dove voleva posare la testa e dormire per sempre.

ld

lunedì 28 luglio 2008

Frammento - 2

SCENA 2

(vari dettagli della tavoletta di prima)
IL PADRE (voce fuori campo) – Ti ricordi questa tavoletta, Carol? La prima che ti regalai. La prima, ricordi? Passavi delle ore a interrogare i morti, quand’eri piccola. Fuori gli altri bambini giocavano, correvano sotto il sole, e tu chiusa nella tua camera giocavi con la tavoletta. Era un gioco molto serio, il tuo.
(le parole prendono forma, come scritte a mano)
Non era necessario aspettare la sera. I morti sono attorno a noi a ogni ora del giorno. Ti bastava una tavoletta oui-ja, un po’ d’acqua benedetta, un piccolo crocifisso per tenere a bada gli spiriti malvagi. Parlavi tutta sola con i morti. Ogni tanto invitavi qualche compagno di scuola a giocare con te, ma quelli se ne andavano via subito, curvi, silenziosi.
Tu facevi sentir loro la presenza della morte. Attorno a loro. Dentro di loro. Per molti era la prima volta.
(immagini di altre tavolette oui-ja)
È stata la prima tavoletta oui-ja. La prima che ti ho costruito. Era ancora un po’ artigianale, ma funzionava egregiamente. I morti accorrevano a frotte, per parlare con te. Nessun'altra avrebbe più dato gli stessi risultati. Te ne ho fabbricate di più belle, forse, di più maneggevoli, ma questa… Ora la sto usando io, vedi?
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domenica 27 luglio 2008

Il rovescio -7

Ci ricordavamo di voci provenienti dalla stanza di nostro zio in fondo al corridoio.
Quando nostro zio non c'era, la stanza in fondo al corridoio era chiusa a chiave. Quando c'era, la stanza era come se fosse sempre chiusa a chiave perché non potevamo entrare se non invitati.
C’erano altre quattro stanze. Ci muovevamo continuamente, andavamo da una stanza all’altra.
Ci ricordavamo di essere nati nel corridoio, e di averci strisciato, giocato, di averci camminato e mangiato, ed era perché passavamo più tempo in transito che fermi nelle stanze. Non ci piaceva stare in una stanza per più di cinque minuti. Non ci piaceva avere quattro stanze e non usarle.
C'erano anche un bagno e una cucina: ci andavamo solo a prendere cose. Marmellata, pettini, sale, calzini.
Mio fratello si ricordava che eravamo cresciuti in fretta. Diceva che dopo un anno di vita parlavamo, e che io disegnavo giocatori di tennis con frasi prese dalle telecronache la domenica pomeriggio.
Invece io mi ricordavo che non avevamo parlato per anni, e che quando nostro zio ci aveva preso a vivere con sè, aveva cominciato a dirci dei nostri genitori e ci aveva aiutato a farci uscire parole. Ci obbligava a dire cose sui nostri genitori di cui non ci ricordavamo ma delle quali, dette, ripetute, sperava ci saremmo ricordati un giorno.
Una volta mi aveva chiamato nella sua stanza e mi aveva mostrato una polaroid con un uomo seduto su una slitta, due bambini in braccio. La foto era bianca, come se la neve fosse entrata nell'obbiettivo e l’avesse accecato.
Mi aveva preso l’indice fra le dita e l'aveva puntato sull'uomo e detto che era papà e poi sui due bambini e detto che eravamo io e mio fratello.
Mio fratello diceva che eravamo nati lo stesso anno, ma non eravamo gemelli per fortuna. Odiavamo dei gemelli che dovevano vestirsi uguali. Nostra madre aveva fatto me e poi dopo cinque mesi aveva fatto lui. Mio fratello si ricordava che prima di nascere io piangevo perché avevo saputo che era un bambino e invece volevo una sorella.

ld

sabato 26 luglio 2008

Un frammento

SCENA 1

(tavoletta oui-ja in movimento)
A – R – S – R – T
R – R – R – R
IL PADRE (voce fuori campo) – Che cosa vuoi dire?
R – A – R – T – R – T
IL PADRE – È un gioco? stai giocando?
T – M – N – S – V – A – A – R – S
IL PADRE – Non voglio che giochi. Non con me. Non prenderti gioco di me. Non hai ancora risposto alla mia domanda. Carol, non hai ancora risposto.
A – A – B – S – H – Y-
IL PADRE – Non fare così. Non è corretto. In un certo senso, non è professionale. Una ragazza come te. Non facevi così, una volta.
(La tavoletta scrive lentamente)
UNA VOLTA ERA DIVERSO
IL PADRE – Carol, grazie al cielo! Non ci speravo più.

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